La comunicazione digitale per noi astanti di una guerra mondiale

Da qualche anno ormai non ho più attive le notifiche di Facebook, Instagram, Linkedin e compagnia cantando. Odio quelle micro emozioni generate da un algoritmo che ha deciso di farmi sussultare un pochino (come non avessi già la pressione alta di mio). E così alla mattina ho preso il vizio di svegliarmi e di fare una carrellata di app dove le notifiche sono morte e sepolte. Per me è una sorta di rassegna stampa flash che un po’ sa di amarcord dei tempi da super sbarbatello in cui scrivevo di cronaca locale per il Gazzettino di Padova e alla mattina scoprivo se ero stato crivellato di “buchi” piazzati dalla concorrenza.

Qualche giorno fa mi sono svegliato e ho avviato la solita routine. Prima i social, poi la mail, poi l’instant messaging e infine il mio fidato browser con un passaggio sui siti del Corriere, di Repubblica, di Sky e del Tgcom. E’ stato in quel momento che ho realizzato l’impensabile e ho rapidamente ruotato la testa di 90 gradi a dritta per parlare alla mia compagna dicendole “tesoro, è iniziata una guerra”.

In quel momento, dopo aver letto i lanci principali, il mio pensiero mi ha fatto tornare tra i banchi di scuola. Quando si studiava la prima e la seconda guerra mondiale. Perché? Non per la paura della guerra o per le sue atrocità. Ma per deformazione professionale. Il mio pensiero è andato alla gestione della comunicazione durante un periodo fortemente bellico. Improvvisamente tutto quello che avevo letto e studiato era reale. Lo stavo e lo sto vivendo in tutta la sua complessità macchiavellica.

Notizie, contronotizie, smentite, pareri, dialoghi, interviste. Un bombardamento totale che meglio di qualsiasi altra arma letale può determinare le sorti di una guerra.

Quando l’informazione diventa disinformazione

Mentre scrivo (o mentre leggo per chi mi preferisce in versione podcast) i russi hanno bombardato e distrutto la torre della tv di Kiev, zittendo completamente le emittenti “ufficiali”. Il mio primo pensiero, ma credo anche il tuo, è stato: “Putin non vuole che i cittadini vedano le atrocità commesse dall’esercito russo”. Ma la motivazione potrebbe anche essere più complessa e contorta.

A questo punto devo fare un paio di premesse che in un mondo normale non sarebbero necessarie, ma ormai le nostre coscienze sono troppo malate per non pensare male. Primo punto, odio le guerre e sono nettamente contrario. Seconda cosa il mio mestiere è la comunicazione e su questo aspetto concentro tutti i miei ragionamenti, per uno e per l’altro schieramento.

Ecco dicevo: e se zittire le tv Ucraine avesse uno scopo più strategico? Quando sei in guerra è praticamente tutto concesso pur di ottenere la vittoria e il controllo dell’informazione è di vitale importanza soprattutto per chi sta avendo la peggio. I messaggi che oggi chiamiamo fake news rappresentano un ottimo sistema per ribaltare le sorti del conflitto. Vedere per esempio, un carro armato russo schiacciare volutamente un auto con dentro una persona anziana, indifesa e inerme, crea un sussulto al cuore che ci porta emotivamente a schierarci immediatamente dalla parte dell’offeso (io per primo l’ho pensato quando ho visto quelle immagini). Credo di aver perfino esclamato “bastardi” senza neanche rendermi conto di chi avevo intorno. La sera stessa però ho scoperto che erano immagini di repertorio dove il carro armato era ucraino (non russo) e il motivo dell’impatto tutto tranne una guerra. Ecco, questo è un chiaro esempio di informazione che si trasforma in disinformazione.

Qualcuno potrebbe dire che tutto sommato è disinformazione creata “per un buon fine”. Ma sono profondamente convinto che la comunicazione distorta crei odio e l’odio non risolve mai positivamente una diatriba. Inoltre questo tipo di approccio alla comunicazione estremamente pilotata, distoglie l’attenzione dal vero problema. Dal nocciolo della questione che potrebbe porre rimedio al danno. In questo caso, come per tutte le guerre, i veri motivi che hanno scatenato il conflitto.

La comunicazione è un’arma potentissima che abbiamo sottovalutato

In questa guerra, ma decisamente più in generale la comunicazione è sempre un aspetto sottovalutato. Nel mondo del fare impresa spesso si prende esempio dai più grandi capitani di ventura. Commettendo però l’errore comune di pensare che ci siano attività prioritarie a prescindere da tutto e altre (come la comunicazione) che possono essere sacrificate. Non c’è strategia peggiore di questa: si deve invece accantonare tutto, ma mai la produzione e la comunicazione. La prima ci serve per avere la materia prima da vendere o in questo caso, l’occorrente per combattere e vincere. La seconda rappresenta visibilità e strategia allo stesso tempo che messe insieme amplificano enormemente il valore del nostro “prodotto” rendendolo nettamente più potente rispetto a quanto offerto dalla concorrenza o dal nemico.

L’amore e odio che esprimiamo da anni per i social media

Una piccola parentesi sul nostro rapporto con i social media la devo fare. Dico soltanto che dovremmo decidere una volta per tutte se sono il male assoluto o se invece sono strumenti potenti che siamo noi a trasformare in bene o in male (io propendo per la seconda). Faccio due esempi pratici. TikTok, nei suoi primi istanti di vita era tacciato come il social dei pedofili o dei bimbiminchia. Oggi invece è una delle primarie fonti di informazione anche e soprattutto dove le persone subiscono soprusi (o dove si svolge un combattimento per l’appunto). Stessa sorte per Telegram che veniva accusato di essere un covo di criminali informatici e truffe e ora invece rappresenta l’unica possibilità di organizzazione sul campo per i militari improvvisati dell’esercito ucraino.

L’incapacità di reazione della carta stampata

Un appunto su quella parte di informazione non legata al digitale va fatta. Ormai credo tutti si siano resi conto che le testate giornalistiche versano in uno stato di deterioramento tumorale avanzato dal quale sarà difficile risorgere. Come ci sono finiti? Per anni (ma veramente anni) hanno creduto di essere immuni ai cambiamenti del mondo barricandosi nella loro essenza di casta protetta utile al sistema dei politichetti italiani. Peccato che le big tech abbiamo invece creato un ecosistema nel quale gli editori non sono entrati e ora faranno una fatica tremenda a pensare di poter avere un peso specifico. La qualità della produzione è precipitata sotto le scarpe e gli editori si trovano senza possibilità di investire per creare un nuovo inizio digitale.

Il danno nucleare causato dal demagogo

E’ forse questo il male più grande della comunicazione in Italia. La demagogia. Una parola che riassume idilliacamente lo sfacelo totale della disinformazione nel bel paese:

Demagogia è: una degenerazione della democrazia, per la quale al normale dibattito politico si sostituisce una propaganda esclusivamente lusingatrice delle aspirazioni economiche e sociali delle masse, allo scopo di mantenere o conquistare il potere.

Anche in questo caso non voglio fare tanta teoria, ma proporre piuttosto un esempio pratico calato nelle notizie che arrivano dal fronte. A causa della demagogia oggi abbiamo una sensibilità spasmodica per il popolo ucraino (cosa positiva, per carità), ma abbiamo automaticamente accantonato il resto. Al punto che la notizia di profughi nigeriani bloccati al confine con la Polonia, ha uno spazio miserrimo e comunque nella nostra mente si erge un pensiero subdolo “beh, oggi la priorità sono gli ucraini. I nigeriani possono anche aspettare”. Ed è così che nascono persone o situazioni di serie A e altre di serie B con una rapidità di declassamento quasi imbarazzante.

Perché? Semplicemente perché, a causa dell’informazione “drogata” e pompata al massimo, la priorità emotiva del popolo è l’Ucraina. Per un demagoga parlare d’altro potrebbe non sortire l’effetto di lusingare le masse. E allora scatta l’allarme rosso. La ritirata strategica. La necessità di concentrare tutta la potenza di fuoco su quel tema che è veramente fruttifero per una potenziale rielezione al solo fine di conservare il potere.

Va sottolineato che tutto questo, ancora una volta, non è frutto di un missile o di un carroarmato, ma dell’agognata comunicazione.

Cosa possiamo fare noi astanti in questo scenario di nuova comunicazione digitale

Ecco la vera domanda e la degna conclusione di questo articolo del blog e puntata del podcast. Cosa possiamo fare noi? Poter migliorare le cose dovrebbe essere un’aspirazione da portarci sempre appresso. Comunque in questo contesto direi che possiamo fregiarci del titolo di Astanti della Comunicazione. Storicamente astante significa:

Persona che si trova in un determinato luogo, per caso o per motivi precisi. Nell’ordinamento processuale romano, si chiamavano astanti (lat. adstantes) le parti, gli avvocati, i testi, il pubblico che stavano in piedi attorno ai giudici (i quali erano invece detti residentes, perché stavano seduti).

Forti di questa investitura dobbiamo impegnarci su due fronti:

1. uscire dal tunnel malefico mentale del “ok, ho capito come stanno le cose, mi schiero così e fine dei giochi”. Mettere in discussione il proprio pensiero è il primo passo per essere più tolleranti e per riuscire a comprendere meglio quello che ci accade intorno.
2. informarsi tantissimo diversificando le fonti più volte al giorno. Oggi l’accesso alle informazioni è totale e gratuito. Bisogna quindi creare una lista di fonti diverse (anche apparentemente avverse al nostro pensiero) e sforzarsi di leggerle sommariamente tutte. Questa tecnica riduce al minimo la disinformazione perché rende più semplice scovare una fake news e ci permette di avere un pensiero estremamente ampio difficilmente pilotabile da questo o da quello.

Viviamo in un’epoca dove, per la prima volta, tutto il sapere è accessibile e gratuito. Non fruirne sarebbe l’errore più grande della nostra vita.